Napoli, Villa Pignatelli – 4 maggio-4 giugno 2000
Tra emblemi terrificanti e tenera ansia
libidinale, Bilal narra il XX secolo

«Qualche giorno fa mi è accaduto di vedere una mostra, bella e molto bene allestita, sulla Guerra Civile spagnola. Avevo ritrovato icone fondamentali nella mia formazione, avevo rivisto il sogno di gloria e di morte che mi ha sempre condizionato, io che sono nato nel '39, quando la guerra finì. E, tuttavia, avvertivo una mancanza, sentivo che da qualche parte avrebbe dovuto esserci ancora qualcosa, a completare, a definire, a dar senso. Dopo un po' sorrisi a me stesso: ecco, io avrei messo una tavola tratta dalle Falangi di Bilal. E ancora dopo, quando ho ripreso in mano le due edizioni che possiedo, quella italiana e quella francese, di un capolavoro assoluto nella storia dei comics, ho considerato che lo stile di Bilal apre e aprirà sempre di questi varchi, creerà simili vuoti.
C'è storia, c'è tanta storia sicuramente evocata, nelle Falangi, ma c'è anche molto sogno, molto labirinto di memoria, molto struggimento, molta indefinibile passione. Tutto questo complicato ordito narrativo nasce prima di tutto dal segno: è solido, è freddo, non può consentirsi una incertezza, una pausa, un calo di tensione. Però sa farsi tenero, sa rendersi anche lieve come un sussurro, transita subitamente dalla forza di un'arte statuaria alla levità di una poetica crepuscolare. Così la vecchiaia e gli eroi, il doppio appuntamento con la morte, la fine cercata come un gratificante sigillo che dopo tanti anni riporti là, dove il sangue dei compagni caduti chiama a una nuova testimonianza, ovvero il senso pieno di questo grande testo fumettistico, nasce dal segno dominato e dominante di questo maestro dei contorni.
Accade poi di inseguire Bilal lungo un altro itinerario, molto diverso: eccolo in Coeurs sanglants et autres faits divers, eccolo a contatto con la bieca ferocia dell'attuale, senza memoria, senza il sottile rinvio alla distanza onirica della Storia, ma qui e ora, con i "fattacci" come li chiamiamo noi. Sembra che abbia narrato, come uno Stevenson nato un secolo dopo, le nuove notti arabe, tanto la fredda lama del nero urbano si conficca nel nostro spirito, proprio a partire dalla lancinante, straziante contrapposizione tra fumetto ed elemento fotografico, nel doppio testo così definito dove il disegno stringe a sé, nel suo turgore coloristico, anche le immagini diafane e ferme, prive del frastagliato contorno di cui sono dotate le figure. In Fuori gioco si cercano ancora nuovi esiti: la carne è tesa, le muscolature conquistano una specie di estasi, ci sono anche sussurri di erotismo che occhieggiano da una coscia, da un seno.
Quei visi, poi, interamente sottratti al peso tanto noto dello stereotipo fumettistico, visi irripetibili, visi fuori da ogni convenzione, con lo stile limpido a garantire una firma ma con vocazione e identità proprie. Di tutto si viene informati, tutto ci è detto come a volenterosi ragazzi di bottega, apprendisti più che spettatori, in Catalogue Un/Sur/Un, opera sorprendente, davvero unica, su cui dovrebbero molto meditare gli esteti ancora sprovvisti di una chiara notazione intorno alla sostanza e alla storia del fumetto. Qui il solido segno che precede tutto, qui l'onesto segno iniziale da cui tutto poi scaturisce è a nudo per noi, è nostro insieme a ogni segreto. Così vediamo come sia saldo, fresco, geniale l'impianto fin dal primo tratto, scorgiamo una dimensione raramente palesata. Un segno consistente, che già parlerebbe anche da solo, un segno che non sembra alludere agli schizzi preparatori di grandi artisti, ma conclamare se stesso, quasi a dire che dopotutto non c'è che il segno, così bello, franco, generoso e così leale, senza trucchi, senza nascondimenti. In questo sorprendente Catalogue, c'è l'eros di Bilal, un eros libertino e suadente, portato comunque al limite di una ricerca: carni bluastre, non da morgue però, ma da sapiente e struggente boudoir, carni di donne con le labbra blu e i capezzoli tesi e gli occhi potenti e indecifrabili.
In questo rapporto tra abbozzo iniziale e coloritura finale, Bilal dimostra tutta la propria alterità: non c'è solo uno stile di Bilal, c'è un mondo di Bilal, c'è una esistenza altra, lui si comporta da demiurgo, ci dice venite con me e ci prende senza incertezze. Queste donne sono un mirabile concentrato di grafico rispetto per le donne: visi con irruente carica libidinale e fresca, aurorale intellettualità, donne finalmente sottratte al gioco di un eros da harem, donne che hanno orgasmi in un'astronave, che conquistano l'acme del piacere su un macchinario di cui conoscono ogni componente. Icone di questo eros che chiede orgasmi all'intelletto è Vera Nikolaevna Tretiakova in Battuta di caccia: con lei, con le sue carni bianchissime e luminose, Bilal decide che non si deve più indulgere a nessun eros postribolare, la femminilità è dono concesso a una dea che è censurata per la propria dirompente sapienza.
Battuta di caccia è inserito nella strategia della narrazione storica delle Falangi, molti quadretti sono lezioni, si dovrebbero far decifrare a chi non sa e non vuol sapere: chiese russe di legno, macchine torve di funzionari nella neve, treni fantasma, elmi, copricapi, divise. La Storia, dice Bilal con la sicurezza di un sapiente innovatore metodologico, non si fa senza la creazione di atmosfere, il succo della storia è nella penombra che abbacina di Battuta di caccia, qui sentiamo noi stessi a rileggere con lui il passato, qui le tracce sono precise e conducono tutte all'esito finale, l'estasi, il tormento, lo sgomento. Anche la cronaca è subito storia per il demiurgo delle atmosfere: apriamo Los Angeles. La stella dimenticata di Laurie Bloom, guardiamo Mistress Michelle, nata in una famiglia mormone a Salt Lake City, con un ricco schedario di storie pornografiche. Nella fronte, nei capelli, nel naso affilato è il personaggio molto più di quanto possa dire la storia narrata nella didascalia, c'è come un rapporto, in lei, tra libido e matematica, tra organizzazione e piacere.
Alle spalle eravamo abituati ad avere l'Ottocento, da pochi mesi l'altro secolo è il Novecento. Occorre dire con chiarezza l'espressione: , con quel che significa oggi, con quel che sappiamo, censuriamo, dimentichiamo, ripercorriamo. Nel secolo scorso ci sono stati i lager e Joyce, due carneficine planetarie e Quarto potere, il disonore dell'uomo e l'emancipazione di tanti popoli. C'è stata l'età del sospetto, la guerra fredda ha sfibrato intelligenze e cuori, ci sono stati laidi burocrati del massacro e splendidi esempi di carità. Si è versato sangue, si sono costruiti meravigliosi musei, sono scomparsi popoli e lingue.
Tra fattacci e memorie, tra emblemi terrificanti e tenera ansia libidinale, Bilal ha narrato quel secolo.»

Antonio Faeti

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