Milano, Pal. Bigatti Valsecchi, 4 dic. 1998-7 feb. 1999
Produrre nel lettore un’eccitazione
che lo induca a fabbricare altre immagini
Enki Bilal

«Vitrea come un’alba senza sole o, se preferite, opaca come un crepuscolo senza bagliori : è la luce che rischiara le tavole di Enki Bilal, nella quale le figure boccheggiano come pesci feriti in un acquario d’acqua marcia, magari rigata di sangue. Sono le suggestioni offerte dalle pagine dell’autore franco-slavo; se paragonate alla luce tersa, ascetica, al nitore di certe fantasmagorie di Moebius , l’effetto Bilal può apparire disperante: la sua umanità, anzichè trascendere il mondo reale, appare prigioniera di un purgatorio senza scampo, livido ed eterno, dove si lotta per sopravvivere senza speranza di riscatto. Sono sensazioni personali, ma è stato lo stesso Bilal a dire di voler “produrre nel lettore una grande eccitazione, tale da indurlo a fabbricarsi altre immagini”. E bisogna stare al gioco.
Ma sostando più a lungo su quegli universi degradati, seppure talvolta frequentati dagli dei come nella trilogia di Nikopol, all’angoscia subentra un senso di forza, che proviene da un’arte personalissima dove il vigore espressionistico si coniuga talora con lo sfacelo grandioso di Francis Bacon. Quel disegno trepido d’inquietudini aggredisce, non lascia riposo, incalza il lettore coinvolgendolo dalle viscere come di rado avviene nella fiction disegnata. E la fusione dell’immagine con il testo (sia quelli di Christin e ancor più quelli del Bilal più grande, dalla trilogia di Nikopol al recente “Sonno del mostro”) conferma la forza dell’impatto : come se una scarica d’energia percorresse il lettore, eccitandone la percezione.

Lo stesso Bilal ha detto di comporre “universi abbastanza oscuri, duri, violenti, ma segnati da una sincerità ossessiva che deve toccare il lettore”. La chiave, forse, è tutta in quella parola, “sincerità”; chi legge e guarda Bilal, infatti, viene colpito, turbato, magari inconsapevolmente, dalla verità contenuta in storie al limite dell’assurdo, che non sono frutto di fantasia, ma proiezioni della realtà o estrapolazioni della storia trasfigurate da una potente immaginazione. E’ la verità, l’autenticità di quelle città fatiscenti venute da un futuro desolato, di quell’umanità feroce che s’avvita in un gorgo di demenza, a calamitare il lettore sulla sua pagina. La storia contemporanea, la passione politica e la prospettiva di un futuro non troppo remoto sono infatti le coordinate dei suoi universi, in apparenza privi di baricentro. Nulla è lasciato al fantasticare gratuito.
Anche se nei racconti disegnati compaiono androidi, replicanti, ibridi bionici, navi spaziali, Bilal non produce fantascienza, ma compie una riflessione in prospettiva sul mondo presente, trasferendola nel futuro. Ed è già capitato che le sue proiezioni abbiano trovato riscontri. Già “Le falangi dell’ordine nero” e “Partita di caccia”, sceneggiate da Pierre Christin, erano in anticipo sui tempi : il primo libro, che mostra l’Europa alle prese con la violenza politica, fu realizzato “quando Moro non era ancora stato giustiziato”, tiene a ricordare Bilal; il secondo, che narra la crisi del potere totalitario nei paesi dell’Est, era stato concepito prima “della morte di Breznev e di Andropov, e degli eventi della Polonia”.

Ma è soprattutto nella trilogia di Nikopol che quella vocazione profetica, sorretta dalla storia e dalla politica, trova la sua esaltazione. Per esempio, le cupe, decrepite metropoli nella “Donna trappola” sono sconvolte da scorrerie di bande “afro-pakistane, zuben’nubiane, benino-togolo-ghaneiche” : Bilal rappresenta qui un possibile futuro “libanese”, per niente assurdo, dove la bomba ad orologeria multietnica esplode in caroselli sanguinari dove tutti sono contro tutti.
E nell’ultimo dei tre libri, “Freddo Equatore”, anticipa un futuro dominato da consorzi mafiosi internazionali, in un contesto allucinato dove s’intrecciano politica ed interessi criminali. Alla guerra fredda o per procura fra i blocchi succede un mondo sbriciolato, nuovi particolarismi nazionalistici, religiosi, ciechi integralismi, all’interno di un sistema economico globalizzato. Da questa miscela esplosiva, Bilal estrapola un Medio Evo devastato da tecnologie disumane che nel recente “Sonno del mostro” trova un’impressionante rappresentazione. Il racconto trae ispirazione dalle guerre slave, una ferita dell’anima anche se Enki lasciò Belgrado a nove anni : incontriamo per esempio un terribile “Obscurantis Order”, Movimento Monoteista Radicale formato da gruppi integralisti usciti dalle tre religioni monoteiste, che si prefigge di combattere il Pensiero, la Scienza e la Cultura, e poi il “neo talibanesimo”, il “Vaticano dissidente”, pronti a fare tabula rasa del mondo neo-liberale €americano : scenari apocalittici, lontani solo un paio di decenni, ma i cui germi covano nel grembo fecondo del mondo presente.
Non si tratta, comunque, delle previsioni illustrate di un futurologo catastrofista. In quei mondi stravolti dell’assurdo si muovono esseri umani, nonostante tutto capaci di sentimenti, talvolta d’amore : evocando il dramma slavo, per esempio, Bilal parla dell’infelicità dell’essere umano che in un contesto di barbarie può divenire belva, mostro senza ragione apparente. Convinto che solo la memoria del passato recente possa evitare al mondo di ripetersi nelle tragedie, ha scritto “Il sonno del mostro” per scongiurare che “si risvegli il mostro che è in noi”.
Ciò detto, evitiamo di scambiare Enki Bilal per un pedagogista sociale e le sue storie per operette morali che rappresentano il Male in tutto il suo orrore per fare la predica all’umanità “cattiva”. Bilal riflette sulla società e sulla politica, in chiave futuribile, con l’occhio visionario dell’artista, del grande artista dalla vena inesauribile in quanto a invenzioni narrative e poetiche, sorrette da un disegno la cui forza “buca” la pagina per insediarsi oniricamente nell’immaginario di chi legge. La sensualità notturna delle sue femmine, magari azzurro-esangue come i nudi di Beatrice Dalle-Donna trappola, turba più di tante solari donnine di carta, soprattutto quando s’impasta con il rosso vivo della bocca o del sangue altrui. Bilal è scrittore ed artista capace di sconvolgere: basta non lasciarsi sopraffare subito da quella luce vitrea che induce all’angoscia, da superare come una prova iniziatica per accedere ai suoi universi.»

Cesare Medail

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